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Umiltà: la lezione di Brian May a Sanremo 2012

Dei quattro, il timido John Deacon è quello che più ha istruito le mie orecchie. Le sue linee di basso, sincronizzate maniacalmente con la cassa di Roger Taylor, sono state ottime maestre. Così essenziali e misurate, equilibrate, vellutate anche col plettro, melodiche anche nella ritmica: così precise e perfette. Nei Queen, il basso di Deacon non ha mai fatto nulla di più e nulla di meno di ciò che doveva fare. Sempre presente, senza mai essere di troppo; sempre pronto a riempire un vuoto, senza mai coprire gli altri. Un’umiltà grandiosa, che ho imparato ad amare solo col tempo, e che oggi mi spinge ad apprezzarlo al pari di grandi virtuosi come Jaco Pastorius e Flea, di supertecnici come John Myung e Billy Sheehan o d’istintivi come Steve Harris e Cliff Burton.

L’altra sera, guardando Sanremo, ho ritrovato quella stessa grandiosa umiltà dei riff di Deacon nei gesti, nella performance e nelle parole di Brian May. Ho pensato: bisogna essere grandiosamente umili per suonare al fianco di Mercury. Una supernova così abbagliante, una presenza scenica così devastante, avrebbe raso al suolo qualsiasi altro musicista in cerca di protagonismo. Deacon, Taylor e May sono resistiti proprio perché hanno saputo restare al suo fianco. Quando Freddie è scomparso ognuno dei tre avrebbe potuto reclamare un riflettore al centro del palco. E invece Deacon si è ritirato, fedele al suo stile dimesso, May e Taylor hanno invece gestito l’eredità dei Queen senza strafare, spinti – credo – dal desiderio di continuare ciò che più amavano, contribuendo alla memoria di un amico che nel frattempo era diventato un’icona.

Vedere Brian May sul palco, vestito di semplicità, con la sua mitica Red Special ricavata dal mogano di un caminetto, duettare con Kerry Ellis e Irene Fornaciari (ma potevano essere Elton John e Paul McCartney) e mettersi sì al centro della scena, ma qualche passo indietro… Vedere Brian May aspettare con garbo le domande che uno stordito Gianni Morandi non sapeva a chi porre per primo… Vedere Brian May rifare per la milionesima volta l’ormai storico assolo di We Will Rock You senza stravolgerlo, con la distorsione di sempre – quella di Wembley ’86 per intenderci – senza sbrodolarlo col virtuosismo fine a se stesso di chi s’annoia ad accontentare i fan… Insomma vedere Brian May in tutta la sua grandiosa umiltà in un piccolo schermo sempre più musicalmente arrogante è stato uno spettacolo incredibile.

da linkiesta.it

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