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Com’è profondo il cordoglio

Uno sguardo a come il mondo lì fuori (ma anche noi, qui dentro a RS) sta facendo i conti con la morte di Lucio Dalla.

Ce lo vanno ripetendo da tempo, sociologi e studiosi del costume: l’elaborazione del lutto – in particolare quello per i personaggi “pubblici” e simbolici – è sempre più una questione di esibizionismo, di “esserci” (a commentare l’incidente stradale) più che di sentire. Fermo restando che le classiche interviste “a caldo” di stampa e tv (“Cosa rappresentava per te, il morto?”) quel cinismo lo esercitano, con tranquillità, sin dalla notte dei tempi della comunicazione, noi vogliamo credere che – in fondo a tutto – rimanga l’esigenza basica, e molto umana, di farsi coraggio, di esorcizzare, di “condividere” – sì – ma nel senso pre-digitale che aveva il termine nel mondo prima di Zuckemberg.

Così, si è deciso di provare a raccogliere, qui di seguito – nella maniera più semplice e diretta possibile – quello che “il mondo” dirà nelle prossime ore sulla morte di Lucio Dalla: inframezzando le dichiarazioni che già stanno uscendo su giornali, Twitter, Fb e siti web, mano a mano che le intercetteremo, con frammenti estratti da vecchi libri, vecchi giornali e vecchie interviste.

Ed è persino banale dirlo, ma – sob – a Lucio gli volevamo bene, sì.

Ligabue. Ciao Lucio. Grazie. Lucio Dalla è stato una delle persone più libere fra quelle che hanno fatto canzoni nella nostra storia. Era libero di seguire tutti i doni che gli sono stati fatti. Prima di tutto quello di una musicalità che gli usciva da ogni poro. Bastava che posasse le mani su un pianoforte o soffiasse su un sax o un clarinetto e ne usciva subito MUSICA. Poi la sua voce che, naturalmente, …era così piena di MUSICA che tante volte era costretto a inventare linguaggi e suoni perché la lingua italiana non gli bastava. E finalmente le parole, quando ha cominciato a scriverle – da Come è profondo il mare in poi – sono sempre state piene di malinconia, meraviglia, ironia, gioco, stupore. E tutto è sempre stato all’insegna di un’enorme, instancabile vitalità. Durante l’anno più difficile della mia vita – quando mi sono ritrovato a fare l’artigliere da montagna a Belluno – le poche volte che mi hanno dato una licenza, non più di cinque/sei, sul mangianastri della mia vecchia Opel girava sempre Dalla, l’album con Balla Balla Ballerino, Il parco della luna, La sera dei miracoli, Meri Luis, Cara e altre meraviglie. In uno stato emotivo come quello era incredibile l’effetto che mi facessero quelle canzoni. Chiaramente, al rientro in caserma, le stesse canzoni avevano il compito di passarmi un po’ di forza ma succedeva sempre che su “Futura”, l’emozione diventasse quasi insostenibile. Amarezza e speranza, malinconia e gioiosità, attaccamento al passato e spinta verso il futuro, in quel pezzo (insieme a chissà quanti altri stati d’animo) c’erano e ci sono tutti. Era il terzo album di una trilogia di capolavori: Come è profondo il mare, Lucio Dalla e Dalla che, cosa più unica che rara nella nostra storia, erano uno dietro l’altro. Un filotto di gioielli. Parecchi anni fa, mi arriva una chiamata sul telefono. Io rispondo ed era proprio lui. Non c’eravamo mai sentiti prima. Mi dice “Guarda, scusa se ti disturbo, ma avevo bisogno di dirti una cosa velocissima. Ho sentito la tua nuova canzone per radio e vedrai che con quella vendi settecentomila copie”. Io non feci neanche in tempo a ringraziarlo per la sorpresa che lui aveva già messo giù. Dentro di me pensavo “See, settecentomila copie… ma quando mai…”. La canzone, appena uscita, era Certe notti. Concludo dicendo che fra le tante cose che ammiro in lui c’è la sua anomalia. Lo classificano fra i cantautori ma è un’etichetta che non lo inquadra bene. Lui era ed è Lucio Dalla.

Mogol. “Mi sono sentito un po’ morto anch’io. Abbiamo gli affetti, le canzoni bellissime scritte che fanno parte del nostro mondo. E quelli rimangono. È come se una parte di questo mondo mancasse, come se mancasse una parte di noi. Questa è la sensazione che ho avuto”. (ANSA)

Biagio Antonacci. “@rtl1025 oggi vorrei ascoltare futura !!!! Poesia e vita ,,, speranza e mai distanza,,,,,,,, grazie lucio!!! Un tuo fan ….. Biagio”. (su twitter)

Claudio Coccoluto. “t’voglio bben assaje, ma tanto tanto bbene saje” : come spesso ci accade, lo scopriamo forte solo adessso, quanto” (su twitter)

Frankie Hi-Nrg. “Ciao Lucio, le parole le hai usate tutte tu”. (su twitter)

Gianfranco Fini. ”Con Lucio Dalla scompare una parte importante della colonna sonora della nostra vita e un uomo di straordinaria sensibilità umana e sociale, un bolognese vero, un attento interprete dell’evoluzione del costume della sua città natale e di tutta la società italiana, e soprattutto un caro amico”. (ANSA)

Pierluigi Bersani. “Con Lucio Dalla se ne va un poeta e un grande innovatore che ha dato profondità alla musica leggera. È stato un uomo di strepitosa umanità, un bellissimo personaggio, sono molto dispiaciuto”. (ANSA)

Rita Dalla Chiesa. “Adesso potrai dirci davvero come è profondo il mare…” (su twitter)

Gianni Mura. “Dalla è uno che ha lasciato il segno. Amo Anidride solforosa, e Parole incrociate era musica seria e vera. Tanto per essere chiari, non sono solo canzonette. Sapeva essere leggero e impegnato: andava dal jazz alla lirica. Ma raccontava anche storie di giovani, precari, disperate, erotiche. O melodie ripensate e ripescate come Caruso. Un generoso, uno che ha saputo dare. All’ultimo Sanremo ha portato uno sconosciuto: non era l’artista che vive sulla torre d’avorio”. (da Repubblica)

Mario Luzzatto Fegiz. “Non era un cantautore, era soprattutto musicista. L’avevamo visto a Sanremo, era pieno di iniziative, non sembrava affaticato. Parlavamo spesso della morte. Ne parlava con una serenità incredibile. E lui mi diceva che non è la fine di tutto, ma l’inizio del secondo tempo. Se n’è andato prima del suo compleanno, il 4 marzo, una data impossibile da dimenticare. Sono commosso, e parla l’uomo, non il giornalista. Mi mancherà la sua capacità di non prendersi troppo sul serio in unambiente di presuntuosi”. (Corriere della Sera)

Marinella Venegoni. “Lucio Dalla è stato sempre discontinuo nelle proprie scelte, quasi per una insofferenza che lo portava a cambiare partner, umori, atmosfere, viaggi. Nel ’93 pubblicò il suo album più visionario e autorale della seconda epoca, Henna, che presentò casa per casa ai giornalisti musicali: a casa mia, entrando si trovò davanti un busto di Elvis Presley e si inginocchiò facendo il segno di croce, come davanti a un santino”. (La Stampa)

Michele Serra. “La capacità straordinaria di essere popolare e colto, sperimentale ma anche facile e melodico. Era curioso degli altri a differenza di molti artisti, concentrati sul proprio ombelico. Tanto che imparò a scrivere frequentando Roberto Roversi. Non apparteneva alla canzone di lotta, non era impegnato, ma parlava della società con canzoni come Futura. Dribblava l’archetipo, il luogo comune, era veloce e generoso. Lascia un grande vuoto, si dice in questi casi: lui lascia proprio un vuoto fisico. Abbiamo lavorato insieme per alcuni show televisivi e ci eravamo molto frequentati. Poteva dire la cosa più futile come la più profonda, era imprevedibile, così imprevedibile che una volta in cambio di una partecipazione a uno show di Morandi, pretese di sfidare a basket Danilovic, che era alto il doppio di lui”. (La Repubblica)

Enrico Ruggeri. “Un grande innovatore. Un artista coraggioso, un uomo pieno di ironia che sapeva commuovere. Gli piaceva prendere tutti in contropiede. Lo ha fatto anche oggi”. (da Facebook)

Dario Fo. “Lo stimavo moltissimo, ha segnato un’epoca, anzi è stato lui stesso un’epoca. Non è stato un canzonettista, ma un artista di altissimo livello. Ho sempre apprezzato molto le sue canzoni e infatti le ho cantate anch’io nei miei spettacoli”. (ADNKronos)

Linus. “Quale allegria. Il mio primo ricordo di Dalla è indelebile come solo certe canzoni sanno essere. Terza media, gita scolastica a Firenze, prima cotta per una ragazzina e 4 marzo ’43 come colonna sonora. Il secondo è di qualche anno dopo, ero in vacanza dalle parti di San Benedetto, credo fosse l’estate di Anidride Solforosa. Andai a vedere un suo concerto e mi ricordo che un’ora prima, con già parecchio pubblico presente, si mise a giocare a basket sotto i nostri occhi. Poi l’ho conosciuto e siamo diventati amici, l’ho intervistato, presentato o accompagnato in decine di occasioni. A volte mi chiamava a sera tardi per chiedermi un parere, per parlarmi di una delle sue idee strampalate. Ancora adesso, quando ci capitava di incrociarci, mi chiamava Perlinus, che era una cosa che lo faceva ridere molto. Era matto, in quel modo affascinante che dovrebbe essere di tutti quelli che fanno gli artisti. Ciao amico mio”. (dal blog di DeeJay)

Emma Marrone. “Che triste Giornata, il grande maestro Lucio Dalla ci ha lasciato,una grande perdita x la musica italiana. Sono molto vicina anche al mio amico Pierdavide…”. (da Facebook)

Max, Subsonica. “Lucio Dalla è mancato oggi. Posto qui questo Come è profondo il mare, a beneficio di chi avesse avuto dubbi sul suo genio. E anche perché me lo immagino andare in giro curiosare tra la luna e gli abissi”. (da Facebook)

Negrita. “Lucio Dalla ha vissuto d’arte e di musica”. (da Facebook)

Claudio Baglioni. “È stato il grande clown del circo della musica. Quello che suona il clarinetto e che affabula, fa versi, stranisce gli occhi. Capace di giocare con le trottole delle parole, di raccontare storie struggenti, di camminare i sentieri di favole strambe, di arrampicarsi su cime visionarie. Lucio ha scritto le pagine del suo libro con tanti segni di punteggiatura. Punti interrogativi che drizzavano la schiena e diventavano esclamativi. Ma uno alla fine s’ingobbiva di nuovo e restava la domanda del suo sguardo”. (ANSA)

Nino D’Angelo. “Era un grande artista, colto, intelligente, vitale. Insieme avevamo fatto diverse cose, anche il capodanno del 2000 in piazza Plebiscito. Lui era innamorato di Napoli, si sentiva napoletano. Lo conoscevo bene, mi dispiace perché oltre che un grande artista se ne va una gran bella persona”. (Adnkronos)

Gigi D’Alessio. “Prima di essere un grande artista, è stato per me un grande amico e ora è come se fosse scomparso un mio familiare, uno zio. Fu uno dei primi grandi della musica a credere nelle mie capacità e a incoraggiarmi. Ci ha sempre unito l’amore per Napoli dove abbiamo cantato insieme in diverse occasioni, una tra tutte il concerto in Piazza Plebiscito. È stato uno dei più grandi artisti italiani di tutti i tempi e un grandissimo cantautore, le sue canzoni e la sua musica insieme al suo estro rimarranno per sempre un patrimonio enorme per tutti gli italiani”. (ANSA)

Monsignor Milingo. “Sono molto addolorato. Aveva creduto in me come cantante”. (ADNKronos)

Renato Zero. “E adesso tu sei di scena nel blu… Ora hai tutto l’immenso per non smettere mai…Ciao Lucio”. (su Twitter)

Daniele Silvestri. “Conoscevo Lucio sin da quand’ero bambino, era un amico di famiglia, lo consideravo quasi uno zio. Lucio era una di quelle persone che non avrebbero mai dovuto andare via”. (Adnkronos)

Cristiano Malgioglio. “È venuto a mancare un autentico gioiello. Da quando ascoltai Il Cielo e Occhi di ragazza l’ho seguito sempre”. (Adnkronos)

Peppino Di Capri. “Un grande che ha trasformato il linguaggio italiano in musica internazionale. Ha dato lo swing a tutto. Con lui ho fatto il ‘Cantagiro’: mai avrei immaginato che avesse dentro tanta musicalità. Era molto legato a Capri e Sorrento, dove scrisse la bellissima Caruso. Me la fece sentire per primo, al pianoforte il giorno dopo che l’aveva composta. Venne nella mia casa discografica a Napoli, e mi chiese un parere. Si mise al pianoforte e suonò. Rimasi senza parole. ‘Ma tu veramente fai’?, mi chiese alla nostra maniera. ‘Vai tranquillo, sarà un successo mondiale’, gli risposi. Quel giorno mi raccontò che quel brano stupendo gli era uscito dal cuore, passeggiando per Sorrento… Ci resterà molto di questo artista che bucava lo schermo e dal quale ti potevi aspettare di tutto”. (Adnkronos)

Pino Daniele. “Apprendo con profonda tristezza della scomparsa di un amico come Lucio. Era un grande artista, la sua ironia e la sua genialità ci mancheranno”.

Enzo Avitabile. “Ricordo Lucio nelle serate passate insieme a Bologna quando registravo il mio disco e ricordo il suo grande carisma e la genialità che venivano fuori sempre, anche durante una cena. Lucio è sempre e comunque ‘musica’, Lucio è sempre e comunque ‘parola’. Ciao Lucio”.

Shel Shapiro. “Mi ricordo un ragazzino che aveva 23 anni esattamente come me, nel 1966 quando eravamo in tournèe insieme. Io e i Rokes eravamo numero 1 in classifica con È La Pioggia Che Va e quando Lucio (ancora poco conosciuto) e io camminavamo per strada facevamo ‘l’articolo il’. Lui aveva la brutta abitudine di chiamarmi ‘scellino’ e per tutta la vita mi ha sempre chiamato così e per tutta la vita io me lo ricorderò ventitreenne, ma straordinario anche allora”.

Adriano Celentano. “Lucio, amico caro di tutti. Da oggi il mondo sarà più buio. Prego e penso che poeti come te non dovrebbero mai morire. Il distacco umano da uomini e artisti grandi come sei stato e sei, ci coglie sempre impreparati. Ci mancherà tutto di te. Anche i momenti di eroica fragilità che contribuivano a renderti sempre più grande. Ti volevo e ti voglio bene. Ero catturato dalla tua magica grandezza e delicata generosa umanità. Ricordo quando mia figlia venne da te per trascorrere qualche giorno speciale di vacanza le apristi la tua casa come un padre accoglie un figlio. Parlavate di arte, di musica, della vita. Mi raccontò di avere vissuto giorni meravigliosi, indimenticabili. Indimenticabile come sei tu. Adriano”. (clancelentano.it)

Luca Carboni. “Un lutto immenso! Ciao fratello Lucio. Scusate il disagio che vi creo. Non me la sento, per cui il live di domani sera a Bologna al Numa è rimandato a venerdì 9 marzo”. (su twitter)

Ornella Vanoni. “Una notizia come un fulmine, un vuoto al quale non riesco a credere. Il cuore si rifiuta di soffrire per l’impossibile”. (ANSA)

Claudio Baglioni. “Lucio Dalla è stato bravo e geniale e ha vissuto tutta una vita con la volontà di stupire e la voglia di stupirsi”. (Corriere.it)

Paola Turci. “Sempre vicina a te. Sempre vicino a me. Lucio”. (LaStampa.it)

Sabina Guzzanti. “Un poeta ci ha lasciato. Restano grandi canzoni, non un vuoto”. (LaStampa.it)

Samuele Bersani. “La sua poetica e la sua musica sono il vero motivo per cui da bambino ho scelto di voler fare il cantautore ed è grazie a Lucio se poi ho potuto sparare le mie prime cartucce”. (Corriere.it)

Valentino Rossi. “Disperato erotico stomp è una delle mie canzoni preferite. Ciao Lucio”. (su twitter)

Laura Pausini. “È stato il primo artista italiano che mi vide cantare in un ristorante di Bologna quando avevo 8 anni. Non posso dimenticare la sua carezza sui miei capelli e le sue belle parole di incoraggiamento. Mi è stato vicino con affetto in tutti questi anni e io casualmente ho deciso di rendergli omaggio quest’anno durante i miei concerti con la canzone con la quale da piccola l’ho conosciuto… Mi sembra così strano non averla potuta cantare di fronte a lui… Forse l’avrei potuto fare l’11 marzo proprio nella nostra Bologna. Chi era a Roma, l’ha cantata con me e questo è il nostro omaggio al grandissimo cantautore bolognese che ha segnato la storia della musica e della cultura italiana per sempre. Ciao Lucio, per fortuna rimarrai con noi, con il tuo talento e con le tue idee buffe e innovative, ma soprattutto emozionanti”. (da Facebook)

Antonello Venditti. “È morto un carissimo amico, mi dispiace moltissimo, fa parte della mia vita. Se ne va un pezzo di storia fatta insieme, artistica e umana. Ora piangiamo l’uomo, poi valuteremo la storia artistica di Lucio, che è importantissima per la musica italiana”. (LaStampa.it)

Pierdavide Carone. “Ciao Lucio… La tua musica resterà nella storia, sempre”. (da Facebook)

Maurizio Costanzo. “L’ho avuto tante volte ospite nelle mie trasmissioni, era un amico, gli volevo bene. Ci volevamo bene. Era la colonna sonora della nostra vita. Quando ho visto la notizia sono rimasto costernato, non era una morte annunciata. Lucio era un uomo sensibile e perbene, di grande generosità, come ha dimostrato anche all’ultimo Sanremo, mettendosi in un ruolo defilato, come direttore d’orchestra, per dare spazio a un giovane”. (LaStampa.it)

Roberto Saviano. “Al Premio Morante mi disse: ‘Quando mi parlano di bellezza mi viene in mente, come prima immagine, Napoli’. Che la terra ti sia lieve Lucio”. (Repubblica.it)

Pupi Avati. “Lucio aveva 16 anni e io 21. Suonavamo lo stesso strumento solo che lui lo suonava molto meglio di me. Se ho smesso di fare il jazzista e mi sono messo a fare cinema è stata anche colpa sua. Provai invidia nei suoi confronti, ironicamente posso dire che mi rovinò alcuni degli anni della mia vita. A Barcellona pensai anche di spingerlo giù dalla Sagrada Familia”. (TgCom24)

Red Ronnie. “Ultimamente non stava benissimo, gli tremavano le mani, mi sembrava avesse un principio di Parkinson, ma Lucio resterà immortale come accade solo agli artisti”. (Adnkronos)

Renato Schifani. “È con profonda tristezza che ho appreso la notizia della improvvisa scomparsa del grande Lucio Dalla. Autore straordinario, ha dedicato con passione tutta la sua vita alla musica, componendo brani indimenticabili che hanno lasciato un segno inconfondibile e profondo in tutti noi”. (ANSA)

Stefania Craxi. “Con la morte di Lucio Dalla se ne è andato un altro pezzo della nostra vita. Per la famiglia Craxi, Lucio Dalla è stato un amico vero e sincero, nella buona e nella cattiva sorte. Il giorno della morte di mio padre, dedicò il suo concerto di Milano al suo amico che non c’era più”. (ANSA)

Franco Grillini. “La notizia della morte di Lucio Dalla è uno choc sia come bolognese sia come amico. È proprio il caso di dire che con Lucio se ne va un pezzo della nostra vita, della memoria di Bologna, della nostra storia di italiani”.

Lorenza Lei. “Lucio Dalla ha raccontato attraverso le sue canzoni l’Italia degli ultimi cinquant’anni: un poeta anticonformista che ha saputo parlare a tutti”. (Repubblica.it)

Francesco Guccini. “Una sera andammo in macchina a Vergaio, dove abitava Benigni, che era agli inizi della sua carriera, per registrare le sue gag: con i genitori di Benigni tutti intimiditi che ci offrivano il caffè guardandoci come degli alieni materializzati in salotto”. (Repubblica.it)

Huffington Post. ROME “The popular Italian singer-songwriter Lucio Dalla has died in Switzerland during a European concert tour. He was 68. Dalla’s company, Ph.D srl Music Management in Bologna, said the singer died, apparently of a heart attack, after eating breakfast Thursday morning in his hotel in Montreaux, Switzerland. He had given a concert there the evening before. Dalla wrote songs for himself and others, as well as for films. His song Caruso sold 9 million copies worldwide. The late opera great Luciano Pavarotti sang Caruso with Dalla at a 1992 Italian concert. Dalla toured abroad frequently, including in the United States. He sometimes toured with another famed Italian folksong writer, Francesco De Gregori. Italy’s president said many generations of Italians loved Dalla”.

Vasco Rossi. La notizia corre in rete, passa di bocca in bocca…è morto Lucio Dalla… Stroncato da un infarto, se ne è andato nel sonno. Non siamo mai pronti a notizie del genere, rimaniamo attoniti, sbalorditi, spaventati, arrabbiati e poi tristi molto tristi, senza parole. C’est la vie, questa è la vita… ha la precedenza su tutto meno che sulla morte, che arriva quando meno te la aspetti.. Un colpo a tradimento la fatalità, il caso! Ci sentiamo all’improvviso parte di una stessa grande famiglia a cui viene a mancare il capofamiglia… perché questo era Lucio Dalla: un padre affettuoso e sempre presente con il suo entusiasmo, le sue idee spesso all’avanguardia per il cantautorato italiano, il suo grande amore per la musica. Che lo ha accompagnato fino all’ultimo e questo ci consola, Lucio se ne è andato come avrebbe voluto, era in tour in piena attività… Nessuno muore mai completamente, qualche cosa di lui rimane sempre vivo dentro di noi! Wiva Lucio Dalla. (su Facebook)

Pier Andrea Canei. “Stamattina, quando è arrivata la notizia, ho visto tutti gli amici dei socialcosi che postavano il loro Dalla preferito a mo’ di requiem, e quasi miracolosamente ognuno ne metteva una diversa”. (Internazionale.it)

Joe Levy, vicedirettore Rolling Stone Usa. Qualche anno fa, l’edizione italiana di Rolling Stone (noi!) ospitava una rubrica mensile all’interno della quale sottoponeva al vicedirettore dell’edizione Usa, l’illustrissimo Joe Levy, tre importanti dischi italiani. Perché eravamo realmente curiosi di sapere cosa poteva pensare un critico navigato di scuola anglosassone sentendo per la prima volta gli artisti per i quali il nostro paese stravede, e che a lui, come al grosso degli appassionati di musica americani, erano sconosciuti. Ogni tanto arrivavano stroncature abbastanza crude, che erano, volendo, anche una specie di presa di coscienza di quanto certe nostre passioni fossero un po’ provinciali (ancorché legittime, intendiamoci. Non è che gli Usa sono meno provinciali di noi, quando ci si mettono).

Ma per Lucio Dalla, l’album del 1979 che per inciso, è stato votato anche tra i 100 migliori dischi italiani di sempre nel recente poll di RS, Levy scrisse: “This guy doesn’t sound like Elton John, but he sure looks like Elton on the cover of Rock of the Westies. The sound of this record is exquisite – subtle, full of flourishes that come out of nowhere and make the songs, like the horns at the end of Stella di mare and the growling wha-whas on Cosa sarà. I love the way Dalla packs the songs with extra syllables, jamming words wherever he needs them, making the words fit into the melodies whether they do or not. What a masterful singer. And I love the production, the way it takes the intimacy of a 70s record and builds it up into a big 80s landscape”. Noi che con Dalla siamo nati e cresciuti, non avremmo saputo dirlo meglio.

Francesco De Gregori a Lucio Dalla nel film-documentario Banana Republic, 1980. “Siamo molto simili. Siamo ambedue imprevedibili, è molto difficile prevedere soltanto mezz’ora più tardi: io, forse, apparentemente più razionale di te, meno disponibile, meno gentile, meno dolce e affettuoso di te… Ma dipende, oltre che dal mio carattere, anche da una scelta ben precisa: mi difendo a priori, ho eretto una invisibile muraglia di protezione alla mia intimità; tu invece non ti devi difendere, sei un ragazzo di strada, abituato allo scontro continuo come all’incontro. Ma poi comunque i risultati sono gli stessi: stessa impuntualità, stesse scadenze non sempre rispettate, impossibilità di pianificare non dico un anno, ma neanche una giornata”.

Roberto D’Agostino in Chi è, Chi non è, Chi si crede di essere – Mondadori 1988. “Il brutto addormentato nel basco. Allegro come un cipresso, in un momento di acuto maligno Lucio Trallalà si traveste da paracadutista, ma alla fine si lancia dal pianterreno. (…) Davanti alla tentazione di usare idiomi “alti”, quali produttori automatici di artisticità e sciccheria, Lucio “Balla” riprende vita sparando a rotta di collo la cultura del tortellino e della mortadella, nel senso positivo di una sensibilità popolare, plebea, quindi autentica”.

Fernanda Pivano, maggio 2006, in Complice la musica, Bur. “Lucio Dalla mi ricorda tutti i miei amici di una vita e mi seduce. Lo immagino adolescente suonare in qualche strano locale con Chet Baker al clarinetto; davanti a un bicchiere di vino con Lawrence Ferlinghetti, all’osteria Da Vito a Bologna; al flipper con Andy Warhol a Roma (“senza sapere che era lui”). Che nostalgia. Mi sento vecchia!”.

Roy Paci. “Su Radio Uno il sig. Domenico Albanese, Managing Director del tour europeo di Dalla, dichiara: ‘La morte di Lucio ci mette di fronte a immani problemi organizzativi’. È proprio per questa mancanza di tatto che ancora oggi preferisco far gestire la mia immagine a persone umane che prima dei soldi, amano la mia arte. Bisogna pensare da vivi ciò che si lascia dopo la morte. Fuck the business, music is freedom”. (via Facebook)

Eros Ramazzotti. “Non potrò mai dimenticare il suo telegramma al mio primo Sanremo, mi scrisse: ‘Olè’. Fu il primo messaggio e ne fui onorato, ci mancherà tanto la sua genialità, era un grande…”.

Eugenio Finardi. “Lucio no, proprio non me l’aspettavo! L’avevo visto a Sanremo pochi giorni fa, sempre allegro, con quei suoi occhi da Elfo che sembravano guardarti dentro e sorridere di ciò che vedevano. Sembrava eterno. Lo stesso che clowneggiava con il clarinetto alla Palazzina Liberty di Milano, quando lo vidi per la prima volta mentre cantava Com’è Profondo Il Mare, 30 anni fa. Lo stesso che cantava Paff Bum con i mitici Yardbirds, guadagnandosi il rispetto e la gratitudine di noi piccoli rocker. Un jazzista inventatosi cantautore trasformato in Pop Star. Mi ha fatto l’onore di suonare in due mie canzoni. Un uomo fiero, ironico, molto emiliano. Un grande musicista. Però questa brutta sorpresa non dovevi farcela Lucio! Buon viaggio, salutami Caruso…”.

Francesco De Gregori. “Questo è un momento tristissimo e non mi sento di parlare con nessuno”.

Ron. Al telefono in lacrime non riesce a parlare. (Corriere.it)

Gaetano Curreri. “Non riesco a parlare, sono troppo distrutto dal dolore”. (Repubblica.it)

Pippo Baudo. “Sono distrutto, siamo nati insieme, l’ho visto crescere fin dagli inizi della nostra carriera. Lui non voleva cantare Caruso – io gli ho detto che era un capolavoro, e poi è diventato un inno”. (SkyTg24)

Lorenzo Jovanotti. «Oh no, dai no… non ci posso credere, davvero non posso crederci”. (su twitter)

Caterina Caselli. “Non si fermava mai, aveva sempre dei progetti, l’ho sentito 10 giorni fa, pensavo che stesse molto bene di salute, era allegro… Ha lasciato le sue canzoni, il suo genio e il suo spaziare senza steccati, una persona eclettica e con una grande vitalità”. (Corriere.it)

Roberto Vecchioni. “È una notizia che mi avvilisce. Era pieno di vitalità, l’ho visto al Festival di Sanremo con tanto brio e tanta carica. Mi vien da pensare quanto sia insana la fatalità. Fosse stato malato uno si prepara, invece così… Bisogna aggrapparsi alla vita»”. (Corriere.it)

Gianni Morandi. “È stato uno dei più grandi, autore, cantante, musicista, jazzista, un uomo che parlava a tanta gente e sapeva comunicare. Lui è stato un artista unico. A me mancherà molto anche come grande amico”. (Corriere.it)

Laura Pausini. “Non riesco a pensare che la notizia della scomparsa di Lucio Dalla sia vera”. (su twitter)

Renzo Arbore. “Era un musicista originale, di grande valore che ha inventato uno stile italiano e anche napoletano. Per lui succederà quello che è successo con Gaber e De Andrè: le sue opere migliori verranno studiate e apprezzate, si capisce che è nuova letteratura e poesia”. (Corriere.it)

Carlo Verdone. “Ho appreso la notizia con grande dolore. Solo quindici giorni fa Dalla mi aveva chiamato chiedendomi di presentargli il suo libro, ma nello stesso giorno dovevo presentare il mio. Così ho dovuto dire di no. Ma sono invece contento di una cosa: avevo dedicato a lui un intero film come Borotalco e lui ne andava fiero”. (Repubblica.it)

Giorgio Napolitano. “È stato un artista amato da tanti italiani di diverse generazioni, come autore e voce forte e originale, che ha contribuito a rinnovare e a promuovere la canzone italiana nel mondo”.

Walter Veltroni. “Lucio. Anni di amicizia. E valanghe di ricordi. Non è giusto, no”. (Corriere.it)

Pier Ferdinando Casini. “Sono sconvolto per la morte di Lucio Dalla: amico che ha fatto sognare intere generazioni. Prego per lui perché so che ci ha sempre creduto”. (su twitter)

Nichi Vendola. “Un amico caro, un amico della Puglia e dei pugliesi. Rimarrà nei nostri cuori”. (Corriere.it)

Roberto Formigoni. “Addio Lucio Dalla, ricorderemo per sempre le tue belle canzoni”. (Corriere.it)

da Rollingstonemagazine.it


Eric Clapton – Autumn Leaves

Autumn Leaves è una canzone composta nel 1945 da Joseph Kosma su versi di Jacques Prevert e divenuta uno standard jazz. Il testo della versione inglese fu scritto da Johnny Mercer. La stessa canzone è il titolo dell’ononimo film pubblicato nel 1956.

Della canzone sono state realizzate innumerevoli versioni da parte di artisti nazionali come Barbra Streisand, Doris Day, Edith Piaf, Cannonball Adderley e Miles Davis, Bill Evans, Eva Cassidy, Frank Sinatra, Grace Jones, Nat King Cole, Paolo Nutini, Tom Jones e Yves Montan.

Vi proponiamo la versione di Eric Clapton, quatordicesima traccia dell’album “Clapton” uscito nel 2010.

Il testo:

The falling leaves drift by my window
The falling leaves of red and gold
I see your lips the summer kisses
The sunburned hands I used to hold

Since you went away the days grow long
And soon I’ll hear old winter’s song
But I miss you most of all my darling
When autumn leaves start to fall

Since you went away the days grow long
And soon I’ll hear old winter’s song
But I miss you most of all my darling
When autumn leaves start to fall

I miss you most of all my darling
When autumn leaves start to fall


Umiltà: la lezione di Brian May a Sanremo 2012

Dei quattro, il timido John Deacon è quello che più ha istruito le mie orecchie. Le sue linee di basso, sincronizzate maniacalmente con la cassa di Roger Taylor, sono state ottime maestre. Così essenziali e misurate, equilibrate, vellutate anche col plettro, melodiche anche nella ritmica: così precise e perfette. Nei Queen, il basso di Deacon non ha mai fatto nulla di più e nulla di meno di ciò che doveva fare. Sempre presente, senza mai essere di troppo; sempre pronto a riempire un vuoto, senza mai coprire gli altri. Un’umiltà grandiosa, che ho imparato ad amare solo col tempo, e che oggi mi spinge ad apprezzarlo al pari di grandi virtuosi come Jaco Pastorius e Flea, di supertecnici come John Myung e Billy Sheehan o d’istintivi come Steve Harris e Cliff Burton.

L’altra sera, guardando Sanremo, ho ritrovato quella stessa grandiosa umiltà dei riff di Deacon nei gesti, nella performance e nelle parole di Brian May. Ho pensato: bisogna essere grandiosamente umili per suonare al fianco di Mercury. Una supernova così abbagliante, una presenza scenica così devastante, avrebbe raso al suolo qualsiasi altro musicista in cerca di protagonismo. Deacon, Taylor e May sono resistiti proprio perché hanno saputo restare al suo fianco. Quando Freddie è scomparso ognuno dei tre avrebbe potuto reclamare un riflettore al centro del palco. E invece Deacon si è ritirato, fedele al suo stile dimesso, May e Taylor hanno invece gestito l’eredità dei Queen senza strafare, spinti – credo – dal desiderio di continuare ciò che più amavano, contribuendo alla memoria di un amico che nel frattempo era diventato un’icona.

Vedere Brian May sul palco, vestito di semplicità, con la sua mitica Red Special ricavata dal mogano di un caminetto, duettare con Kerry Ellis e Irene Fornaciari (ma potevano essere Elton John e Paul McCartney) e mettersi sì al centro della scena, ma qualche passo indietro… Vedere Brian May aspettare con garbo le domande che uno stordito Gianni Morandi non sapeva a chi porre per primo… Vedere Brian May rifare per la milionesima volta l’ormai storico assolo di We Will Rock You senza stravolgerlo, con la distorsione di sempre – quella di Wembley ’86 per intenderci – senza sbrodolarlo col virtuosismo fine a se stesso di chi s’annoia ad accontentare i fan… Insomma vedere Brian May in tutta la sua grandiosa umiltà in un piccolo schermo sempre più musicalmente arrogante è stato uno spettacolo incredibile.

da linkiesta.it


Sgt Pepper’s: la rivoluzione del primo concept di successo della musica rock

“Sgt Pepper’s Lonely Heart’s Club Band”, ottavo album dei Beatles, rappresenta il primo concept di successo della storia del rock. I ragazzi di Liverpool, all’apice della fama e della maturazione artistica, realizzano quest’album che rivoluzionerà la musica: sulla scia del concept album reso famoso da “Pet Sounds” dei Beach Boys e da “Freak Out!” di Frank Zappa, i “Fab Four” presentano un disco nel quale prevale un filo conduttore che lega i singoli pezzi ad un un unicuum collettivo, come il programma di un concerto. Per fare ciò ideano la finzione scenica per la quale sembra che i brani siano eseguiti dall’orchestra del sergente Pepper: grazie al concept i Beatles si liberano finalmente da quel loro look da “baronetti” che lascia invece posto a capelli, barbe e baffi più lunghi. I “bravi ragazzi” non si sentono più ingabbiati, si sentono più liberi, più anticonformisti e tutto questo non può che esaltare l’esperienza psichedelica raggiunta negli ultimi anni di carriera. In tutto il cd l’ascoltatore ha la sensazione di stare a teatro ad assistere ad uno spettacolo diretto da un’orchestra, cosa che emerge in particolare nella title-track, canzone divertente e rockeggiante, ripresa poi nel dodicesimo brano con un testo diverso ma con un identico ritornello. Ringo Starr è voce solista solo in “With a Little Help From my Friends”, pezzo orecchiabile dove si sente anche qui una folla esaltata in sottofondo; l’unico brano scritto da George Harrison è “Within You Without You” , ispirato alla musica indiana dopo il rimando all’Oriente di “Love You To” di “Revolver” mentre tutto il resto è stato composto da Paul McCartney e John Lennon. In Sgt Pepper’s finalmente si abbandonano i testi più adolescenziali a favore di tematiche maggiormente riflessive, introspettive e soprattutto riferifibili alla vita dei “Fab Four” e ad alcune vicende di cronache dell’epoca. La varietà degli argomenti trattati è evidente: il testo di “Getting Better” rimanda all’adolescenza difficile di Paul e John, oppressi dai loro insegnanti; secondo la leggenda “Fixing a Hole” alludeva all’eroina e il capolavoro “Lucy in the Sky with Diamonds” in pieno stile psichedelico, alludeva all’LSD mentre Lennon ha sempre sostenuto che questa canzone dallo stile sognante fosse ispirata da un disegno di suo figlio e come testo da un libro di Lewis Caroll; “She’s Leaving Home” scritta da McCartney parla del malessere giovanile e dell’ incomprensione generazionale: essa ha un forte impatto emotivo dal momento che si rifà a una notizia vera del Daily Mirror che raccontava la fuga di casa di una 17enne; anche in ” Good Morning, Good Morning” risulta chiara la volontà dei Beatles di avere un filo diretto con la realtà: qui John Lennon descrive la noia della vita casalinga riprendendo una filastrocca di una pubblicità; in ” Being for the Benefit of my Kite!” la musica coinvolgente sembra trasportare lo spettatore all’interno di un circo mentre in “Lovely Rita” si racconta di una corte ad una vigilessa di nome Rita, questa volta personaggio di fantasia: la musica è orecchiabile e sono curiosi i sospiri e i gemiti presenti nel finale di canzone; un suono molto pulito con un basso decisamente curato è presente in “When I’m sixty-four”, canzone che Paul McCartney dedicò al padre. Di questo album non possiamo certo poi non menzionare una delle canzoni più belle dell’intera carriera dei ragazzi di Liverpool “A Day in the Life”, unanimamente riconosciuta una delle vette compisitive più alte dei Beatles: in questo capolavoro vi è l’alternanza della chitarra acustica e del pianoforte che esalta un’orchestra sublime pienamente in sintonia con il contesto musicale che la circonda. Il carattere rivoluzionario di Sgt Pepper’s sta nel fatto che esso ha mutato radicalmente aspetto e contenuto della musica destinata ad un consumo di massa: per la prima volta con l’accuratezza e la precisione nei particolari presenti in questo cd la musica popolare va oltre il suo carattere leggero, essendo composta per un esclusivo intrattenimento di massa poichè affronta temi più maturi, il tutto in chiave puramente psichedelica.

da ilQualinquista.it


Nirvana – Smells Like Teen Spirit

A 20 anni dall’uscita di Nevermind, una delle pietre miliari della storia del Rock.


The Who – Baba O’riley

Esibizione live dello storico pezzo della band britannica.


Caparezza con i braccianti, Ingaggiami contro il lavoro nero

Un messaggio di legalità e diritti, contro il lavoro nero nei campi, anche dal palco del concerto di Caparezza, al Parco Gondar di Gallipoli. In occasione dell’esibizione, un gruppo di lavoratori stagionali impiegati nei campi di Nardò, accompagnati dai volontari della masseria Boncuri, hanno incontrato l’artista che durante il concerto ha indossato la t-shirt ideata per promuovere la campagna “Ingaggiami contro il lavoro nero”

da Bari.Repubblica.it