Rapita Amina, blogger gay siriana «Presa da tre uomini armati»

Amina Abdallah

La prima volta erano andati a cercarla a casa. Due ragazzi sui vent’anni, giubbotti di pelle, aria spavalda, la pistola che si intuiva sotto i vestiti. «Avevano un sorriso untuoso, che non arrivava ai loro occhi», racconta lei stessa. Non fosse stato per suo padre – «mio padre, l’eroe» – sarebbe stata perduta. Lei, Amina Abdallah, 35 anni, così assurdamente coraggiosa da aver inaugurato un blog fuori luogo già nel nome: «A gay girl in Damasco», una ragazza lesbica a Damasco, dove l’omosessualità è un reato e non è difficile trovare qualche agente sui vent’anni, in giubbotto di pelle, pronto a spiegarti nel cuore della notte che «se incontrassi un vero uomo, lasceresti perdere tutte queste stupidaggini».

Amina è stata sequestrata lunedì sera a Damasco. Erano in tre, armati, sui vent’anni anche loro. Lei ne ha colpito uno ed ha avuto il tempo di gridare di avvertire suo padre. Le hanno premuto forte una mano sulla bocca, per farla star zitta e l’hanno infilata su una Dacia Logan: su un finestrino c’era uno sticker con il ritratto di Assad. Troppo libera, troppo critica con il regime, troppo al di là delle convenzioni Amina, anche se lei stessa annotava: «È duro essere una lesbica in Siria, ma è certamente più facile essere un dissidente sessuale che politico». Lei era entrambe le cose.

In questi mesi di proteste e morti per le strade, il suo blog è lievitato un po’ alla volta, come il pane fatto bene. Una madre americana, un padre della Damasco importante – parenti nel governo e nelle alte sfere – Amina è cresciuta tra gli Stati Uniti e la Siria. A 15 anni ha scoperto con terrore di essere gay, a 26 si è dichiarata alla famiglia. Da un anno di nuovo a Damasco, ha insegnato inglese fino all’inizio della rivolta. E lì, in quelle piazze piene, con i lacrimogeni, ha visto una sintesi possibili tra i suoi mondi: una Siria più libera, dove avere piena cittadinanza. «Scrivere sul blog per me è un modo per non aver paura. Credo che se io riesco ad essere così aperta, altri possono prendere esempio da me e unirsi al movimento», annotava.

«Dio non sbaglia»
Impegnata, ma con tanto spirito da raccontare il suo primo tentativo di arresto con una nota amorevolmente divertita per quel gigante morale di suo padre, che con le sole parole era riuscito a disinnescare la minaccia. L’accusavano di essere salafita in un paese a maggioranza sunnita, un agente straniero, un pretesto qualsiasi per farla uscire di scena. Era fine aprile, il racconto di quella nottata movimentata ha fatto decollare la popolarità del suo blog. Che ha continuato a parlare apertamente, fino a pochi giorni fa, quando sono andati a cercarla di nuovo. E stavolta suo padre non ha potuto far niente se non dirle: «Vai via e non dirmi dove sei, stai attenta. Ti voglio bene».

Giorni da latitante, cercando rifugi ogni volta diversi, scrivendo quando capita, per aggiornare il diario, la sua iniezione costante di coraggio. «Mi considero una credente e una musulmana: prego cinque volte al giorno, digiuno al Ramadan e mi sono persino velata per un decennio – scriveva -. Credo che Dio mi abbia fatta come sono e rifiuto di credere che Dio commetta errori».

8 giugno 2011
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